Zelia: storia di una donna senza nome

Tutto è cominciato con delle macchie nere sul corpo. Sono andata dal dermatologo e ho scoperto due cose che hanno cambiato la mia vita: ero incinta ed ero sieropositiva.

Il medico è stato chiaro, non c’era che l’aborto. Aveva già prenotato la visita. Ma io incontrai l’infermiera Marta, una persona a me molto cara. Prima di tutto mi chiese se volevo quel bambino. Certo che lo volevo! Quel figlio mi avrebbe fatto compagnia e avrebbe suggellato il legame con l’uomo che mi aveva messo incinta.

Il mio compagno non mi ha mai detto niente sul suo stato, ma mi ricorda sempre di prendere gli antiretrovirali e di fare attenzione all’alimentazione.. Probabilmente anche lui è sieropositivo, ma non me lo vuole dire. Chissà, forse anche la sua prima moglie lo è!

Ora vivo con mia figlia in un appartamento in affitto, alla periferia di Maputo. Suo padre continua a vivere con la prima moglie e non vuole lasciarmi, anche se oggi è meno geloso e violento perché ho una figlia sua. Ma sua moglie non ne vuole sapere di me e della bambina, e io la capisco.

Quando ho bisogno di lui, non c’è mai. Sento la mancanza di una spalla su cui poggiare la testa. Molte donne in Mozambico vivono come seconda o terza moglie. Gli uomini dicono che è una questione culturale per giustificarsi. Ma questo è solo quello che ci vogliono far credere!

Non vi ho detto neanche il mio nome. Anche se so che questo filmato non lo vedranno qui, ho paura che mia figlia sia vittima di discriminazione. Le persone sieropositive sono sempre discriminate, in mille modi. La nostra quotidianità è molto difficile!

Per questo oggi sono attivista del programma DREAM, faccio assistenza domiciliare, insegno alle mamme a preparare le pappe, spiego come si può vivere positivamente. Sono ritornata a scuola, sto finendo la 12° classe. Mi piacerebbe continuare a studiare, vorrei diventare professoressa. E voglio pensare che mi libererò presto da questa situazione per non soffrire più, per non far soffrire ulteriormente un’altra donna come me.

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