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Strage di Parigi: cosa racconto ai bambini

Scritto da Alberto Ferrando il 19/11/2015

Fiori e candele sui luoghi degli attentatiNe abbiamo già parlato dai tempi delle alluvioni a Genova, dei terremoti e in occasioni di lutti o tragedie famigliari o sociali: mai fare finta di niente in quanto i bambini si accorgono di tutto quanto avviene tramite la TV, quello che sentono (hanno i radar) o “leggendoci” nel cuore nella mente e capiscono bene. Anzi, a non spiegare, pensano che possa essere successo qualcosa di ancora peggio.

Quindi? Bisogna parlare, spiegare e anche ascoltare.

In questi giorni la dott.ssa Costantino, presidente della Società di neuropsichiatria dell’infanzia e adolescenza (Sinpia) ha fornito alcuni consigli per parlare ai bambini della strage di Parigi.

1) Non fare finta di nulla
I bambini capiscono più di quanto non immaginiamo e sentono le emozioni e la paura nell’aria. Vanno quindi accompagnati nella comprensione. Già parlare è importante nell’elaborazione dell’angoscia».

2) Ascoltare cosa si immaginano, cosa percepiscono
Per farlo, «in genere basta un commento, un generico ‘che brutta cosa’. E’ un modo per far capire che se ne può parlare. Immediatamente i bimbi si sentono autorizzati a chiedere. Al contrario, se percepiscono che l’adulto non vuol parlare, si zittiscono».

3) Importante è rassicurare, senza fingere che vada tutto bene
Il messaggio che li aiuta, «non è un falso ‘è tutto sotto controllo’, piuttosto spiegare che si sta facendo tutto il possibile per diminuire il rischio». E’ bene che imparino «che c’è una parte della vita che non controlliamo, anche se possiamo agire per ridurre il pericolo».

4) Non esagerate a far vedere troppe immagini o a parlare troppo
Inutile cambiare canale nel bel mezzo di un servizio perché avrebbe l’effetto opposto, ma meglio evitare di esporli eccessivamente a immagini cruente, o parlare tutto il giorno di questi eventi.

5) Cosa da spiegare poi anche agli adulti: non pensare che i buoni siano tutti da una parte i cattivi dall’altra» e mai generalizzare.
Il rischio, conclude Antonella Costantino, «è che arrivi il messaggio che lo straniero o il diverso possa essere pericoloso. Così facendo si creano immotivate fobie nei confronti delle persone che li circondano».

 

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