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La scuola in reparto, perché una malattia non deve interrompere una vita

Scritto da Franco Mandelli il 13/04/2015

“Il problema che mi assilla, a parte le malattie e le cure, è la scuola: la scuola per me rappresenta la «vita normale», e non so dopo questa esperienza quando potrò riprenderla. Troverò una soluzione quando sarà il momento opportuno”. È quanto ha scritto nel suo diario Vanessa Verdecchia, una giovane paziente che rimarrà sempre nel mio cuore e che, purtroppo, ha passato in ospedale periodi molto lunghi senza potersi mai allontanare. Il contatto continuo con lei ed altri giovani pazienti mi ha portato a ritenere indispensabile avere una vera scuola in ospedale. I bambini ed i ragazzi ricoverati devono avere il diritto di continuare a studiare, soprattutto perché questo consente loro di mantenere un legame con la realtà.

Quei pochi momenti di vera normalità sono fondamentali per spezzare la triste e faticosa quotidianità della vita in ospedale. Inoltre i ricoveri, più o meno lunghi e frequenti, limitano fortemente la vita di relazione, costringendo bambini e ragazzi a un isolamento forzato. Paura, disorientamento, rabbia e delusione sono solo tra le più frequenti sensazioni negative che pervadono un bambino o un adolescente con una grave patologia ematologica. Ciò, soprattutto nel caso di adolescenti, porta a un rifiuto della scuola per timore del confronto con i compagni. Per questo è importante annientare tale paura, inserendo i ragazzi in un ambiente scolastico nonostante la loro degenza in ospedale. Il primo vero atto costitutivo della nostra Scuola in Ospedale risale all’anno scolastico 1988-1989. Avevamo un’unica insegnante di scuola elementare, Alessandra Moscetti, che aveva a disposizione una sola stanza. Da subito ho sostenuto con entusiasmo la realizzazione del progetto, che inizialmente non fu riconosciuto con l’ufficialità dovuta. Ma ci battemmo perché volevamo che tutti potessero esercitare il diritto allo studio, soprattutto in maniera gratuita. Da quei primi anni abbiamo fatto enormi passi in avanti. Con il tempo e l’esperienza, ma soprattutto con il grande aiuto di tutti, siamo riusciti a capire che cosa fare e come farlo bene.

Capimmo, per esempio, che in ospedale il rapporto insegnante-alunno era più diretto rispetto alle normali lezioni, e quindi era più facile interpretare le linee rigide dei programmi, ai quali chiaramente apportavamo continue modifiche e forzature. Se all’inizio questo uscire dagli schemi ufficiali ci creò qualche problema con l’esterno, in seguito i nostri metodi non solo vennero accettati dagli organi di controllo delle attività scolastiche, ma addirittura elogiati. Creammo anche una piccola biblioteca itinerante, che volevamo fosse disponibile anche per i pazienti adulti. Ricordo l’entusiasmo di tutto il personale per questa idea e per lo slogan che avevamo coniato: «Libro e non solo: il reparto pediatrico si apre al mondo».

Il libro avrebbe dovuto essere un veicolo per far vivere al paziente qualche momento di fuga dalla realtà dell’ospedalizzazione. Complessivamente, negli anni, sono stati attivati tre ordini di scuola: le elementari, le medie inferiori e le superiori. Per agevolare il lavoro con i giovanissimi pazienti vengono svolti incontri tra medici e docenti, a cadenza settimanale, per aggiornare gli insegnanti sulla situazione clinica degli alunni e per segnalare nuovi ingressi. Sia per quanto riguarda la scuola elementare sia per la media, entrambe attive dal 1989, il lavoro viene svolto in stretto contatto con le scuole di provenienza, e tende a consentire ai pazienti il reinserimento a scuola non appena possibile. I bambini più piccoli producono anche racconti e testi per il giornalino Il Chiacchierone, mentre i ragazzi possono partecipare a progetti multidisciplinari, a volte in collaborazione con altre sezioni ospedaliere. La forza e la creatività con cui questi bambini e ragazzi, spesso gravemente malati, si impegnano su mille fronti, realizzando progetti fantastici, che hanno più volte suscitato l’interesse anche da parte delle istituzioni, è davvero entusiasmante.

L’AIL partecipa a Trenta Ore per la Vita 2015 con il progetto “Un reparto a misura di bambino

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