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Curare con il cibo

Scritto da Oltre la cura il 30/06/2016

Contributo di Pino Caligiuri, volontario dell’Associazione Ageop, ricerca onlus.

Sto per iniziare il mio regolare turno di volontario all’ufficio di Ageop e sento delle voci provenire dalla stanza ma non tutte sono familiari. C’è una donna seduta di fronte alla nostra responsabile. La prima cosa che noto della donna è lo sguardo; è fiero, trasmette forza. La seconda cosa che noto è la sua inconfondibile “divisa”: cappello, mascherina, camice verde tutto rigorosamente monouso, indossato su abiti comodi. È una mamma: la chiameremo “Escollo” scoglio di mare, un appiglio su cui aggrapparsi quando c’è burrasca.

Pino Caligiuri, volontario Ageop

Pino Caligiuri, volontario Ageop ricerca onlus.

Intuisco che la conversazione è importate. È di cibo che stanno parlando; tagli di carne, spiedini con piccole salsicce. Scambio culturale o curiosità gastronomica? Nulla di tutto questo. In realtà c’è di mezzo una bambina che chiameremo “Ardilla”, scoiattolo. Ardilla è in cura nel reparto di Oncologia Pediatrica ed è ospite in Casa Siepeluga insieme alla Mamma.

Ardilla è debilitata e non mangia. Se con qualche linea di febbre perdo il mio poderoso appetito, penso che poi, in fondo la reazione della bambina sia comprensibile.

Ma c’è dell’altro: Ardilla rifiuta il cibo perché non le piace, vuole tornare a casa sua. E anche mangiare diventa allora troppo difficile.

Con lei c’è anche il padre, che chiameremo “Raíz”, la radice che la tiene legata al suo mondo.

Non si tratta di capricci di una bambina. Ardilla è una paziente/bambina che esprime la sua volontà ed è un suo diritto ad essere ascoltata; ed è un dovere di tutti che lavoriamo in reparto comprendere le sue esigenze, i suoi bisogni. Il percorso di cura non può prescindere da questo. È necessario allora stipulare un patto tra tutti gli individui coinvolti; medici, operatori, famiglia e paziente devono trovare una strada condivisa, compendio tra le diverse legittime istanze.

E quello che accade è per me, osservatore e profano, semplicemente magico.

La piccola Ardilla in reparto insieme ad una volotaria.

La piccola Ardilla in reparto insieme ad una volotaria.

E questo è il prodigio che vedo compiersi, al 4° piano del padiglione 13. I volontari, insieme alla mamma, stanno ripercorrendo i gusti alimentari della bambina. Cosa le piace, cosa mangia volentieri quando è a casa? È possibile, con i prodotti qui disponibili riprodurre i sapori tanto cari ad Ardilla? La cucina della mamma può sicuramente aiutare. Un macellaio esperto potrà preparare degli spiedini fatti con appetitosi bocconcini adatti ad una bambina con forze limitate. In un paese ricco di sapori come il nostro non dovrebbe essere difficile trovare qualcosa di simile al formaggio che tanto le piace. Per il dolce infine c’è il creme caramel, morbido e gustoso e in città si trova facilmente. E così l’onore culinario della nostra città è salvo.

Si parte così in tour alla ricerca dei prodotti necessari. Quando la bambina arriva dal reparto nella casa d’accoglienza ritrova, trasposto, un pezzo della sua casa, della sua vita. Lei accetta quanto le viene offerto, perché secondo il patto lei si dovrà nutrire con costanza, con l’obiettivo di completare il ciclo di cure, di raggiungere un livello di forze sufficiente per affrontare con maggior sicurezza il lungo viaggio di ritorno.

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